Visioni Incompiute

Incompiuto Siciliano
di: 
Elena Di DIo
24 Luglio 2009

GIARRE. Lʼincompiuto siciliano è un paradigma, uno stigma, un segno distintivo di tempi incancreniti, di inefficienze sbandierate e tuttʼaltro che nascoste.
Esibite addirittura da chi le ha “create” e abbandonate. Ma principalmente “imposte” per una forza potente che le stesse opere incompiute da sole sprigionano. Sono lì, cristallizzate nel tempo, a rievocare il momento della loro nascita e percorrere una strada che non sembra destinata ad alcuna morte ma solo ad una inesorabile vecchiaia. Vecchiaia strutturale, ferri arrugginiti in bella mostra, mura incartapecorite al sole, al vento, esposte allʼacqua, ai fulmini. Inutili per lo scopo per cui erano state pensate e progettate: palestre, centri polifunzionali, dighe, chiese, luoghi di un ritrovo perduto. Eppure sono presenti, sky linedi una perfetta immobilità, statica ma pur sempre viva. Opere incompiute che oggi, possono ritrovare la propria anima, mostrarsi in pubblico, raccogliere quegli spettatori, fruitori che avrebbero dovuti animarne spogliatoi, sale conferenze, camere di compensazione. Lʼidea, già proposta alla Bit di Milano 2008 è il centro nevralgico di un dibattito intenso: può un percorso tra le “macerie” dellʼinutile diventare un tour dʼarte. Un intinerario architettonico? «Certo - dice Andrea Masu, attivista del collettivo artistico milanese, Alterazioni video, e ideatore del parco archeologico dellʼIncompiuto siciliano a Giarre - noi pensiamo che ci sia chiave di lettura estetica, che esista un stile architettonico, il più importante dal dopoguerra ad oggi che contraddistingue queste opere incomplete e prepotenti perché occupano uno spazio, lo fanno loro. Un parco archeologico dellʼincompiuto è la restituzione di un bene ad una collettività, quella stessa comunità a cui era rivolto, per cui era stato pensato, a cui viene restituito». Alterazioni Video è un gruppo di cinque creativi (oltre a Masu lo compongono anche Paololuca Barbieri Marchi, Alberto Caffarelli, Matteo Erenbourg e Giacomo Porfiri) che da tre anni censisce, partendo dalla Sicilia, epicentro Giarre alle pendici dellʼEtna, le opere incompiute in Italia. «Ne abbiamo registrate circa cinquecento di cui trecento in Sicilia, che è la massima espressione di questa discultura tipica el nostro paese».
Incompiuto siciliano è un progetto concreto e virtuale: un itinerario fra le nove opere incompiute presenti a Giarre, piccolossimo paese di 23 mila anima, dove la massima concentrazione ha fatto la differenza rispetto agli altri centri, da percorrere e visitare, cogliendone la potenza artistica e un portale (www.incompiutosiciliano.org) che sarà «inaugurato a fine luglio - spiega Andrea Masu - in cui ci sarà lʼelenco completo, questo sì, delle strutture mai portate a termine che abbiamo censito. Ma il sistema sarà quello di una pubblicazione aperta, una sorta di libro bianco virtuale, dove chi accederà alle nostre pagine web, potrà segnalare le “proprie” incompiute, non presenti nel nostro spazio, ed aggiungere commenti o informazioni alla storia delle altre incompiute quelle già recensite».
In questo modo il portale diventerà anche un osservatorio permanente sul fenomeno delle incompiute. «Uno strumento che fino ad oggi - rimarca ancora Masu - non esiste in nessuno degli uffici dellʼamministrazione pubblica nazionale. Rutelli, per parlarne ad un convegno, due anni fa chiese a noi lʼelenco delle opere incompiute». Lʼitinerario delle incompiute quinidi è unʼimmersione nella cultura post-post industriale dellʼItalia «dove queste opere non possono essere altro che incompiute. Per motivi diversi - continua lʼanimatore del progetto insieme ai colleghi di Alterazioni Video e con la collaborazione attiva di Enrico Sgarbi, critico dʼarte di Verona e Claudia DʼAita, assessore alla valorizzazione del Patrimonio e dei Beni culturali del comune di Riposto - contengono un errore progettuale, una “superficialità” burocratica che li ha condannati a restare in attesa di un completamento che non avverrà. Noi indaghiamo sulla loro storia in maniera organica completando il lavoro che fonti giornalistiche svolgono caso per caso, evidenziando ora uno ora unʼaltra incompiuta. Lʼobiettivo è quello di cercare di analizzare e raccogliere dati che poi portiamo alla discussione con molti altri anche più competenti di noi che sono in grado di fornire un quadro di riferimento sociologico. Pensare che queste piscine, palestre, fighe, chiese, ponti rimasti sospesi nel loro vuoro strutturale possano essere una risorsa turistica da sfruttare è il vero capovolgimento di fronte». Alla Bit di Milano, lo scorso anno, Alterazioni Video ha lanciato la provocazione. «Il parco archeologico che in ottobre grazie al sindaco di Giarre, Maria Teresa Sodano, lanceremo attraverso manifestazioni pubbliche con i cittadini di Giarre, ha ottenuto una risposta caldissima, creando un acceso dibattito allʼinterno della fiera fra quelli che si dividevano tra chi inorridiva alla proposta e chi invece immediatamente ne vedeva le possibilità di sviluppo. Eʼ stato divertente - testimonia Andrea Masu - si innescavano ad ogni volantino confronti che riportavano al tema centrale, ovvero la restituzione dei beni nati come pubblici alla loro originaria ragion dʼessere».
Il percorso del parco archeologico di Giarre - su cui giunta e consiglio comunale, proprio questa settimana si sono confrontati in una riunione aperta ad Alterazioni Video - è il percorso inverso a quello proposto da Fiumara dʼArte e da Antonio Presti, che ha usato la terra arsa dal sole siciliano, per lanciarvi nel mezzo come bombe molotov inesplose, opere dʼarte, altrettanto prepotenti, che hanno invaso di bellezza paesaggi altrimenti inospitali. «Sì, ci molte similitudini con Fiumara dʼArte. La differenza sostanziale - spiega il responsabile del progetto del Parco - è che Antonio ha lavorato costruendo il bello, occupando i terreni con opere dʼarte, noi operiamo in modo da levare, partiamo da quello che già cʼè non aggiungiamo nulla ad una architettura esistente, ad aborti di architettura, da cui partiamo cercando di rivelarne la bellezza. Cercando di far emergere una memoria da indagare e da ricostruire in termini condivisi».
Lʼaspirazione magari sarebbe quella di dare una definizione compiuta allʼincompiuto: «Magari fermare questa proliferazione di opere e fissarla, legarla ad un rapporto con la memoria condivisa e restituie questi spazi alla cittadinanza. Aree altrimenti infrequentabili, inabitate, buchi neri nel territorio ma che lo occupano con forza modellandone il paesaggio e perciò devono avere un ruolo attivo nella quotidiani delle persone a cui erano rivolte».

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